Gialli e Thriller

Come nasce «La quarta giara»

Tutto è cominciato da un cerchio di troppo Non parto quasi mai da un delitto. Parto da un oggetto che non torna. Per il terzo volume dei *Misteri di Portovecchio* l'oggetto era un pavimento. La dispensa senza luc

28/8/2026· 5 min di lettura
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In sintesi

Tutto è cominciato da un cerchio di troppo Non parto quasi mai da un delitto. Parto da un oggetto che non torna. Per il terzo volume dei *Misteri di Portovecchio* l'oggetto era un pavimento. La dispensa senza luc

Tutto è cominciato da un cerchio di troppo

Non parto quasi mai da un delitto. Parto da un oggetto che non torna.

Per il terzo volume dei Misteri di Portovecchio l'oggetto era un pavimento. La dispensa senza luce dei Terranova, quella dietro il banco, ha il battuto segnato dai cerchi delle giare: alone di unto, bordo di sale, una specie di firma che il recipiente lascia dove è stato appoggiato per decenni. Le giare sono tre. I cerchi sono quattro.

Mi sono seduta con questa immagine per un paio di settimane, senza sapere che storia ci fosse dentro. Sapevo però che funzionava, e per un motivo molto pratico: è un indizio che chiunque può vedere e nessuno guarda. Rosa Terranova ci passa davanti tre volte al giorno da vent'anni. Il lettore lo capisce prima di lei? Forse. Va benissimo così: nel cozy il piacere non è essere ingannati, è arrivare mezzo passo prima e sentirsi furbi.

Il paese viene prima del caso

Portovecchio di Scòglitti non esiste, e questo mi obbliga a essere più precisa, non meno. Un paese inventato non ha Google Maps a coprire i buchi: se sbaglio dove sta la sagrestia rispetto al molo vecchio, il lettore lo sente come una stonatura, anche se non saprebbe dire perché.

Per questo tengo una mappa disegnata a mano — salumeria, vicolo delle Giare, la Marina, l'ex conservificio, la sagrestia, il molo vecchio — e accanto un elenco delle famiglie con la nota di chi tiene quale giara. Sembra pignoleria da contabile. In realtà è il motore del giallo: in un paese così, sapere chi custodisce cosa è già sapere chi ha un movente. Le eredità, a Portovecchio, non passano dal notaio. Passano dal ceppo.

E il ceppo è la cosa più seria che ho in mano. Una giara madre non è un contenitore: è una coltura viva, che va rabboccata, controllata sulla crosta, letta nei segni che lascia sull'orlo. Se si asciuga, non la rifai comprandone un'altra. Ci vogliono vent'anni. Un ceppo tenuto in vita per quarantacinque anni significa qualcuno che, per quarantacinque anni, è entrato in quella dispensa. Ecco: quando ho scritto questa frase su un foglio, ho capito che avevo il libro.

Come si costruisce un caso senza raccontarlo

Tre regole che mi sono data dal primo volume e che in questo terzo ho dovuto difendere con i denti.

Uno: l'indizio dev'essere un gesto del mestiere. Non una telefonata intercettata, non un documento provvidenziale. Il modo in cui una persona piega il telo, la quantità di sale che usa a occhio, l'ordine in cui sistema i pesi. Rosa non è un'investigatrice: è una che sa fare le conserve, e legge le persone come leggerebbe una salamoia sbagliata. Se l'indizio non passa dalle sue mani, lo butto.

Due: il caso è nuovo, il paese è lo stesso. Chi ha letto i primi due volumi ritrova il banco, il mulo, le voci di sempre — e non ritrova nessuna delle due soluzioni precedenti travestita da terza. Ho tenuto una lista dei meccanismi già usati e me la sono riletta ogni volta che una scorciatoia mi sembrava brillante. Nove volte su dieci era brillante perché l'avevo già scritta.

Tre: la matassa si chiude qui. Detesto i finali che rimandano il conto al volume dopo. La domanda che apre La quarta giara trova risposta dentro La quarta giara, e la risposta è nel paese: nessuno arriva dalla città a spiegarci come stanno le cose.

Il dettaglio che ha deciso il tono

C'è un telo nuovo, in questo libro, e sotto il telo una data scritta a matita. Calligrafia piccola, tutta in salita, di quelle che a Portovecchio si insegnavano a scuola in un'epoca ben precisa e che oggi nessuno dovrebbe più saper fare.

Non dico altro. Dico solo che quella riga a matita ha cambiato il registro del romanzo: da curiosità di paese a qualcosa che somiglia a un debito. Ho riscritto i primi sei capitoli per farla arrivare al momento giusto — troppo presto diventava un annuncio, troppo tardi diventava un trucco.

Capitoli corti, mulo compreso

Scrivo capitoli brevi, quasi tutti sotto le duemila parole, perché il libro si legge la sera e la sera si è stanchi. Alterno le scene tese con quelle in cui non succede quasi niente: il banco, i clienti, il mulo che non vuole camminare quando piove. Servono a respirare, ma servono soprattutto a nascondere: il lettore abbassa la guardia proprio dove metto l'informazione che conterà a pagina duecento.

Cosa arriva dopo

Il quarto volume si intitola Il ceppo della Marina. La giara che Rosa tiene dietro al banco non è sua, e prima o poi qualcuno verrà a reclamarla: un ceppo vivo da quasi cinquant'anni ha sempre più di un padrone. Quando il mare restituisce alla Marina qualcosa che era stato dato per perduto, Rosa scopre che a Portovecchio si può ereditare anche ciò che nessuno ha mai voluto ammettere di possedere.

Sul sito trovate Il quaderno del banco di Rosa Terranova: le tre conserve con pesi e tempi, la scheda su come si tiene viva una giara madre e la mappa disegnata di Portovecchio con l'elenco delle famiglie. È il materiale con cui lavoro io — se volete entrare in paese dalla porta di servizio, si passa da lì.

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