Gialli e Thriller

Come nasce «Sotto sale»

*di Rosaria Bonfiglio* Un paese che non esiste, ma ha il vento giusto Portovecchio di Scòglitti non lo trovate su nessuna carta. L'ho inventato perché avevo bisogno di un posto piccolo abbastanza da poterlo tener

28/8/2026· 5 min di lettura
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In sintesi

*di Rosaria Bonfiglio* Un paese che non esiste, ma ha il vento giusto Portovecchio di Scòglitti non lo trovate su nessuna carta. L'ho inventato perché avevo bisogno di un posto piccolo abbastanza da poterlo tener

di Rosaria Bonfiglio

Un paese che non esiste, ma ha il vento giusto

Portovecchio di Scòglitti non lo trovate su nessuna carta. L'ho inventato perché avevo bisogno di un posto piccolo abbastanza da poterlo tenere tutto in testa: la Marina, il vicolo delle Giare col selciato chiaro, la vecchia tonnara che nessuno sa più bene a chi appartenga, la camera del sale dietro la salumeria Terranova.

Un paese inventato non è una scorciatoia, è un vincolo. Se dico che dalla porta della salumeria si vedono i pescherecci, quella porta deve dare sul porto anche nel libro dopo, e anche nel libro dopo ancora. Per questo la mappa l'ho disegnata prima di scrivere una riga, a matita, con le distanze in minuti di cammino: da Rosa al molo, da Rosa alla caserma, da Rosa alla casa che in questo volume non nomino per non rovinarvi niente. Quando un personaggio deve arrivare da qualche parte in fretta, io so se ce la fa.

L'inverno è un personaggio

Il primo volume viveva di settembre, di gente, di Sagra. «Sotto sale» comincia quando il porto si svuota.

L'inverno a Portovecchio toglie i turisti e lascia i conti. Le barche stanno ferme, le case si chiudono, e chi resta è sempre lo stesso mazzo di quaranta persone che si conoscono da una vita. È la condizione perfetta per un giallo: nessuno può entrare da fuori e sparire da fuori. Chi ha fatto una cosa è dentro il paese, magari ci passa davanti tutte le mattine.

E poi settembre mette via. La salatura, le giare, i teli. Quello che si mette via a settembre resta fermo solo se nessuno lo tocca — e in questo libro qualcosa non è rimasto fermo.

Il mestiere prima del delitto

Rosa Terranova non è un'investigatrice. È una che sala il maiale d'inverno e tiene una giara madre che nella sua famiglia si rabbocca da decenni.

Ho costruito il caso partendo dal banco, non dal cadavere. Prima ho stabilito come lavora Rosa: come si rabbocca una giara, come si legge il velo in controluce, perché una giara che si asciuga non torna più indietro. Poi ho chiesto a quel mestiere di darmi gli indizi. Il risultato è che in «Sotto sale» quasi tutto quello che Rosa capisce, lo capisce con le mani: un peso che non torna, un tempo di salatura troppo corto, una cosa messa via male da qualcuno che non sapeva farlo.

Mi interessava anche un'altra faccenda: una fermentazione non mente. Va avanti per fatti suoi, con i suoi tempi, che a te convenga o no. Le persone invece mentono benissimo. Tutto il libro sta in quello scarto lì.

Come si costruisce un caso senza barare

La regola che mi sono data per la collana è semplice: il lettore deve poterci arrivare prima di Rosa.

Vuol dire che ogni cosa che serve per capire è sulla pagina, in chiaro, di solito molto prima che se ne veda il senso. Non nascondo l'informazione, nascondo il perché conta. Un dettaglio banale — una data, un nome scritto male, una scheda del registro — passa in mezzo a una scena che sembra parlare d'altro, e il lettore ci scivola sopra. Quando torna, deve avere la sensazione di essersela persa per colpa sua. Quella è la soddisfazione che cerco.

L'altra regola è che le bugie devono essere dei personaggi, mai mie. Se qualcuno racconta una storia falsa, la racconta lui, con la sua voce, per un motivo suo che alla fine si capisce. Io come narratrice non vi imbroglio mai.

In questo volume il perno è un nome che sul registro della Sagra non c'è mai stato. Da lì in poi non aggiungo altro.

Il cast che resta

Una collana campa sulle facce fisse. Il maresciallo Currò, per esempio: in «Sotto sale» ha una busta chiusa in un cassetto e una domanda che a Rosa non ha ancora fatto. Non gliela fa nemmeno in questo libro. È voluto.

Nei gialli di paese il piacere non è solo sapere chi è stato: è tornare in un posto e trovare tutti dove li avevi lasciati, un po' cambiati. Perciò tengo un quaderno di continuità — chi sa cosa, chi ha visto cosa, chi porta rancore a chi e da quando. Nella narrativa seriale gli errori di memoria si pagano cari, perché il lettore affezionato si ricorda meglio dell'autrice.

Il caso, invece, nasce e si chiude qui dentro. Chi comincia da questo volume non resta fuori da niente.

Cosa arriva dopo

Il terzo volume si intitola «La quarta giara».

Nella dispensa senza luce dei Terranova le giare sono tre, ma i cerchi sul pavimento sono quattro. E adesso Rosa sa che quel ceppo qualcuno lo ha rabboccato per quarantacinque anni. Sotto un telo nuovo c'è una data scritta a matita, in una calligrafia piccola e tutta in salita che a Portovecchio nessuno dovrebbe più saper fare.

Chi vuole restare nel paese anche fuori dalle pagine trova sul sito «Il quaderno del sale: le carte di Rosa Terranova»: le tre regole della giara madre, la scheda del maiale d'inverno della salumeria Terranova e la mappa disegnata di Portovecchio di Scòglitti, col vicolo delle Giare, la Marina, la vecchia tonnara e la camera del sale.

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